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Mantova, a Palazzo Ducale
VIDEO - Pistoletto protagonista con la "Città dell'Arte"
pubblicato il 13 marzo 2018 alle ore 21:57
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Peter Assmann durante il suo intervento

Mantova - L’intero Appartamento della Rustica del Palazzo Ducale è stato messo a sua disposizione. Entrando si vedono i famosi “quadri specchianti”, le opere che, per intenderci, lo hanno reso celebre in tutto il mondo. Stiamo parlando di Michelangelo Pistoletto e della mostra intitolata “La città dell’arte – la civiltà dell’arte” in programma dal 23 marzo al 12 giugno 2018. Frutto di una collaborazione tra Complesso Museale Palazzo Ducale di Mantova, Cittadellarte – Fondazione Pistoletto e Moz-Art (Arte Contemporanea), con la curatela critica di Peter Assmann, Fortunato D’Amico, Sergio Pajola e con i contributi di Renata Casarin, Marco Farano, Gianfranco Ferlisi, Antonio Mazzeri, Paolo Naldini e Giuliano Vallani. Durante la presentazione alla stampa il Maestro ha modo di fare il punto su quello che è il suo ultimo approdo artistico e umano e spesso cita il suo manifesto intitolato “Omniteismo e demopraxia” edito da Chiarelettere.

Questa mostra ha come tema principale la città…

"Sì, la città è la comunità che si riunisce, è il luogo dove si sviluppa l’artificio".

Chi crea città, o chi crea all’interno di esse, che responsabilità ha verso gli altri? È un demiurgo o un artigiano?

"La responsabilità di chi crea è quella di stare tra le persone e ciò che esiste. Posso fare tanti lavori dall’imbianchino al plitico ma ciò che maggiormente importa è la capacità di connettersi, di creare insieme. Siamo abituati a fare il nostro mestiere quasi in maniera rituale, quasi si trattasse di una religione mentre dobbiamo concentrarci maggiormente sull’incontro. Siamo appena usciti dalle elezioni politiche, io credo che ogni giorno le persone dovrebbero vivere le elezioni perché è un modo per partecipare, per essere insieme e produrre assieme. Nel mio ultimo manifesto ho parlato di demopraxia, che è sostanzialmente diversa dalla democrazia. La prima è incentrata verso l’azione, la prassi, mentre la seconda è il potere. Non è possibile esercitare un potere senza un’azione che ci accomuni tutti. Non basta più delegare, dobbiamo lavorare insieme".

In molte delle sue opere si contrappone il rapporto tra virtuale e reale. C’è violenza nel virtuale? Si può parlare di scontro tra i due?

"Il virtuale non può essere violento. Il virtuale è ciò che non è fisico e non è tangibile. Esso nasce dall’impronta della mano lasciata sulla parete della caverna dai primi uomini, una mano che non è più reale".

Tra le opere che maggiormente la contraddistinguono ci sono i “quadri specchianti”. Il costante riflettere la nostra immagine può aprire all’ipotesi del “distrarsi” da noi stessi?

Mi piace questa ipotesi. In ogni caso il distrarsi da sé avviene quando noi guardiamo noi stessi e pensiamo di essere unici ma ci rendiamo conto che esiste qualcosa d’altro oltre a noi nello stesso tempo. Portiamo il nostro ego dentro lo specchio e per questo sembra ci sia un cambiamento. Questo ci porta già a renderci conto che non siamo più soli e quindi non possiamo parlare di individualismo e solitudine ma inizia a darsi la società e la vita nella sua complessità. Siamo noi e la vita.

Mendes Biondo

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