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Presentato il percorso espositivo
Fotografia e Cibo: il lato pantagruelico di Palazzo Te
pubblicato il 3 marzo 2018 alle ore 19:20
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Il presidente del Centro internazionale d’arte e cultura di Palazzo Te, Stefano Baia Curioni, e l’assessore Marianna Pavesi

Mantova - E se l’occhio fosse, in realtà, una bocca aperta verso l’infinito? Probabilmente è proprio da questo dialogo bulimico che unisce visione e nutrizione che è nata la mostra e il laboratorio annesso di fotografia tenuto da Melina Mulas. La mostra, nata da un progetto realizzato in collaborazione con gli istituti Liceo Scientifico Belfiore, Liceo Artistico Giulio Romano, Liceo delle Scienze Umane Isabella d’Este e Istituto Tecnico Carlo D’Arco, ha permesso ai ragazzi di lavorare con il mezzo fotografico e venire a contatto con una professionista del settore. I tinelli di Palazzo Te si sono così riempiti di fotografie relative ad alimenti, sia intesi come materie prime (pere, mele pomodori ecc..) sia considerati nella loro eterogeneità quali piatti preparati. Un eterno dialogo tra quello che è il rapporto tra il mangiare con gli occhi e il mangiare con la bocca, un fagocitare costante che ci coinvolge in prima persona soprattutto nell’era del social network, dove anche il pasto consumato non è più semplice condivisione di qualcosa di nutriente ma esso stesso status sociale ed elemento politico. Palazzo Te non è di certo nuovo a questo rapportarsi orgiastico con il cibo, basti pensare ai resoconti che lo stesso Bartolomeo Stefani aveva fatto relativamente ai banchetti sontuosi organizzati dalla famiglia Gonzaga. Mentre in tempi recenti è stata la cinematografia erotica a trasformare Palazzo Te nel set di uno dei maestri del genere. E proprio lo stesso Tinto Brass aveva definito la donna e il rapporto erotico come qualcosa di molto legato alla cucina ed al cibo. In questa mostra il “corpo” del mangiato, quindi, arriva a ricoprirsi di simbologie e significati che vanno ben oltre alla semplice considerazione legata alla terra, alla produzione, al lavoro e alla fatica dell’uomo. Parafrasando quello che era il “ready made” di dadaistica memoria, le foto che sono esposte nei tinelli di Palazzo Te ricordano gli esperimenti di Ready Made a la Duchamp o a la Man Ray. Pensare ad una pera come ad un oggetto già pronto, già preparato. È questo e molto altro che la fotografa Melina Mulas ha voluto proporre durante il laboratorio di fotografia che ha coinvolto diverse età e culture. Presentato sabato pomeriggio, 3 marzo, dal presidente del Centro internazionale d’arte e cultura di Palazzo Te, Stefano Baia  Curioni, e dall’assessore Marianna Pavesi, il percorso espositivo permette al visitatore di appropriarsi delle copie delle opere con all’interno una ricetta ad esse relativa. Una disposizione quasi pantagruelica che rimane al centro della stanza, un “all you can eat” culturale che permette a tutti – nella più sana tradizione Pop – di accedere al prodotto culturale esattamente come si accede al cibo sugli scaffali dei supermercati. Il monito, però, che la mostra sembra porre, oltre a sottolineare lo stretto rapporto tra cibo ed esistenza, è anche quello che lo stesso Warhol sottolineava relativamente all’alimentazione e che sta diventando sempre più proprio anche dell’arte, delle immagini e delle ricerche intellettuali, ovvero che il cibo è qualcosa che passa da un buco per uscire da un altro.

Mendes Biondo

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