Provincia
Dal ritrovamento in cava fino alla sentenza
Caso Tenax, dagli argini del Po al tribunale
pubblicato il 5 novembre 2018 alle ore 12:21
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Caso Tenax, dagli argini del Po al tribunale

Mantova La storia del tenax, materiale che deriva dalla lavorazione dell’acciaio industriale, nel mantovano ha radici di quasi un ventennio. Tutto comincia nel 1999 quando, per la realizzazione della Cispadana, la ditta Bacchi Spa di Boretto venne autorizzata dalla Regione all’escavazione di 654mila metri cubi di sabbia. In principio, il trasporto del materiale doveva essere fatto via acqua, attraverso uno sbocco sul fiume Po per passare dalla nostra provincia all’Emilia. Ma la ditta spiega che, a causa delle condizioni del Po, le quali non permettevano sempre la navigazione, dal ‘99 al 2006, anno in cui sono terminati gli scavi, il trasporto è avvenuto alternativamente sia via acqua che via terra, passando per la zona di Motteggiana, con un accordo con l’amministrazione comunale dell’epoca per far transitare i camion per Torricella, Sailetto fino ad arrivare alla vecchia Cisa. Cava Caselli, il luogo in cui sono stati fatti gli scavi, è sotto il comune di Viadana, ma i camion passavano per il motteggianese visto il confine tra i due territori rivieraschi. Successe poi che l’allora vigile urbano di Motteggiana, Ezio Tanchelli, portò all’Arpa una serie di sassi scuri, trovati in golena e che avevano destato la sua curiosità: le analisi indicarono che quel materiale era il tenax, con alcuni sopralluoghi successivi che ne rilevarono una notevole quantità. Il motivo? Quando si scava in golena, basta una pioggia a rendere il terreno melmoso; perciò, questo materiale era stato messo nella strada per accedere alla cava e limitatamente nei percorsi per stabilizzare il terreno e favorire il passaggio dei camion. La ditta sottolinea che il materiale in questione è normato per il suo recupero dal Decreto Ronchi (1997) al punto 4.4.3 “Attività di recupero” e viene utilizzato per la formazione di rilevati, sottofondi stradali e massicciate ferroviarie dopo l'esecuzione del test di cessione sul rifiuto. “Nel 2002 - scrive la Bacchi - i comuni di Viadana e di Motteggiana  segnalarono già all’Arpa la presenza del tenax sulla strada che conduce a cava Caselli. L’Arpa fece tutti gli accertamenti del caso, comprese le verifiche con il test di cessione e si evidenziò il rispetto dei valori limite”. Nel 2013 il comitato Terre di Zara fece però un esposto alle procure di Brescia e di Bologna per disastro ambientale, dopo una serie di sopralluoghi condotti ad alcuni esponenti della politica mantovana. Nell’ottobre 2016, l’esposto portò gli inquirenti a prelevare la documentazione nei due comuni per quanto riguarda cava Caselli. La vera svolta nella storia arriva il 31 gennaio 2018. Il giudice Marco Benatti del Tribunale di Mantova, afferma nella propria sentenza: “Del pari discutibili sono le affermazioni del CTU (Consulente Tecnico d’Ufficio, ndr) sul fatto che il deposito di rifiuti speciali non autorizzato, quali i rifiuti ferrosi del tipo tenax, sarebbe del tutto legittimo e non comporterebbe alcuna violazione, quasi che la coltivazione di una cava fosse la giusta occasione per liberarsi gratis di rifiuti speciali il cui smaltimento costituirebbe un costo per il produttore e ciò a prescindere dalla loro pericolosità che può al più aggravare il fatto”. Le richieste della ditta sono state respinte, con il tribunale che ha ordinato la rimozione del tenax. Vicenda chiusa? Tutt’altro: in primo luogo, per il ricorso presentato dall’azienda, in secondo luogo, per la richiesta del comitato Terre di Zara per l’installazione di due pozzi piezometrici per valutare la qualità delle acque che costeggiano gli argini in cui è stato trovato il tenax.
 

Federico Bonati
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