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Colpo d'occhio
La Grande Mantova esiste già. Da 50 anni
pubblicato il 5 ottobre 2018 alle ore 09:38
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La Grande Mantova esiste già. Da 50 anni

Mantova Promosso e moderato dall’ex sindaco Nicola Sodano, il ristorante Rigoletto ha ospitato un incontro sulla Grande Mantova. Il tema è d’attualità, visto che le firme raccolte dal Comitato per il Sì potrebbero portarci al referendum tra meno di un anno. I nostri lettori mi scuseranno se torno sull’argomento, sapendo come la penso. Continuo infatti a non capire le ragioni di chi avversa la fusione. Non vorrei nemmeno tirare in ballo le economie di scala, la popolazione diminuita, le scarse dimensioni. Tutto vero, ma il dato più rilevante è un altro. La Grande Mantova esiste già: consideriamolo un dato acquisito.
  E’ un fenomeno iniziato cinquant’anni fa. Quando molti residenti del capoluogo presero a spostarsi nei quattro Comuni limitrofi. Altri mantovani fecero il tragitto opposto, ma in misura minore. Risultato, Mantova poco alla volta si svuotò, arrivando a perdere ventimila abitanti, fino ad assestarsi agli attuali 49mila. Beninteso, chi varcava i laghi non voltava le spalle alla città. Ancora adesso ci torna per una vasca, per acquisti, per andare da un professionista. La domenica va a Messa in Duomo o in Sant’Andrea, quindi alla solita pasticceria, sperando strada facendo di incrociare qualche viso noto. Se ama il calcio, al pomeriggio lo attende il Martelli. Se riceve un ospite è orgoglioso di portarlo a Palazzo Te o in piazza Sordello. E’ un sentimento naturale: l’appartenenza non è svanita. E’ come se avesse cambiato quartiere. Solo questo.
  Tra Mantova e i Comuni circostanti si è formato un tessuto unico. Omogeneo. Del resto, per fare un esempio, non è che a Frassino ci sia un modus vivendi e un chilometro dopo, a Mottella, troviamo altri usi e costumi. Non è che, superato il Dosso, arrivati a Eremo o a Montanara, si parli un altro dialetto o si avverta il “salto”. Possiamo aver cambiato abitudini, intrapreso altri tragitti, ma – scusate l’ovvietà – restiamo tutti mantovani.
  Viceversa, tornando all’incontro al Rigoletto, sentendo la veemenza con cui taluni paventano l’accorpamento, per un momento ho pensato di essere in Sudtirolo. Come se Mantova ambisse a posizioni egemoniche. Come se il rischio di “contagiarsi” nascondesse un pericolo reale. Come se aggregare più Comuni, e chiamarsi Mantova, rappresentasse un’onta. Ma, dico: scherziamo? Al di là dei toni, nessun Comune finirebbe “sotto” Mantova né Mantova ingloberebbe alcunché. Accadrebbe soltanto che, tutt’insieme, la politica prenderebbe atto della realtà. Riconoscendola. Finalmente.
  Altro vulnus ricorrente, la periferia. Ma periferia non è sinonimo di marginalità. Uno degli scopi di un unico municipio è di eliminare quelle pareti che il tempo ha reso obsolete. Quindi superflue. E poi, siamo tutti periferia di qualcun altro. Mantova, la sua provincia, sono la periferia della Lombardia. E allora? Ogni volta che arrivo a Milano o a Roma, l’impatto con quei ritmi mi fa sentire un provinciale. Dovrei adombrarmi per rientrare in un tale registro? Il povero Bigarello, lo indico perché il suo nome è circolato nel corso del dibattito, nessuno se ne abbia male, non è diventato periferia perché si è unito a San Giorgio. Era periferia anche quando faceva Comune. Qualcuno forse si è accorto adesso che non è New York, anche se questo non significa che nella Grande Mela si viva meglio.
  Stiamo attenti ad arroccarci ai confini. Sono linee immaginarie, al massimo amministrative. C’è stato un tempo in cui, pur di coltivare le frontiere e il loro significato, si scatenavano guerre. Per fortuna da decenni, a ogni livello, siamo andati oltre. Generare timori, amplificare le divisioni, equivale a innaffiare ansie – come se non bastassero quelle esistenti. Quando poi queste ansie crescono, succedono fatti poco simpatici. Non a caso, è sempre più difficile confrontarsi con la dovuta serenità. Meglio annichilire (chi non la pensa come noi). Perdere energie in simili battaglie, non solo avvilisce: è tempo perso. Nel Mondo Piccolo guareschiano, i contrasti non mancavano. Alla fine, venivano però composti. Se scivoliamo nel Mondo Chiuso, aspettiamoci altri finali.
 

Lorenzo Vigna
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