Cronaca
Intervista al dottor Manfredo Rambaldini, primario di cardiochirurgia
"Al Poma è una questione di cuore"
pubblicato il 16 dicembre 2017 alle ore 10:59
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Dottor Manfredo Rambadlini

Mantova  A volte ci sono segni del fato che, se ben interpretati, danno indicazioni sul prosieguo della giornata. Quando sono arrivato al “girone dantesco” del parcheggio dell’ospedale Carlo Poma (avvisaglia positiva: la Regione aveva appena sbloccato i fondi per ricavare 500 nuovi posti auto) ho percorso uno dei vialetti dove stava uscendo proprio in quell’istante una vettura con targa francese. Fortuita casualità oppure indizio preciso? Mi recavo a intervistare il dottor Manfredo Rambaldini, 58 anni, dal 2011 Primario della struttura complessa di Cardiochirurgia del nosocomio mantovano. Chi mi conosce bene sa quale sia, in generale, il mio ostico rapporto con le strutture ospedaliere, ma il suggerimento veniva da un amico, quindi mi sono fidato senza remore. In effetti, considerando la fama internazionale che lo precede, ero convinto di trovarmi di fronte a un “barone della medicina” piuttosto altezzoso, forse dai modi arroganti. Dopo gli affabili saluti e i primi minuti di dialogo ho invece scoperto una persona straordinaria, un grande professionista disponibile e alla mano. Ho conosciuto un indiscusso luminare e intrattenuto un colloquio amichevole che spero di replicare, possibilmente circoscrivendo il luogo dell’incontro alla redazione della Voce oppure a cena, ma (lo dico scaramanticamente) senza il camice bianco indosso.      
 Dottor Rambaldini, la struttura di Cardiochirurgia del Carlo Poma è strategica sia per l’azienda pubblica che per la Regione?
«Me lo auguro e lo spero, ma non mi permetto di giudicare. Ritengo che il centro di Cardiochirurgia del Carlo Poma sia importante e possa essere annoverato tra le migliori specializzazioni presenti all’interno dell’ospedale mantovano. Il voto finale lo lascio ai pazienti e ai colleghi».
 Mi risulta che il suo reparto sia una vera e propria eccellenza. È corretto?
«Con la massima obiettività e senza alcuna presunzione, reputo che tra le cardiochirurgie pubbliche della Regione Lombardia, quella di Mantova possa meritare un posto sul podio, sia per il numero che per la qualità degli interventi, soprattutto se consideriamo le operazioni sui pazienti adulti».
 Quale gradino del podio?
«Se proprio insiste, posso aggiungere che da quest’anno la Cardiochirurgia del Poma dovrebbe essere al secondo posto in Lombardia tra le strutture pubbliche per la chirurgia degli adulti; taluni dicono addirittura al primo, ma sono ben contento anche della posizione d’onore. Rispondendo alla domanda sull’azienda, ritengo che per la Asst di Mantova questa collocazione possa essere motivo di vanto e di aiuto soprattutto quando deve interfacciarsi con la Regione. Vorrei però sottolineare che il nostro reparto non è l’unico a essere considerato un’eccellenza del Poma».
 Gli operatori del suo super team di Cardiochirurgia sono una diretta espressione della mantovanità?
«Il mio team, tra medici, infermieri e ausiliari, è composto da una settantina di operatori che si prendono cura del paziente. Per la maggior parte sono mantovani, circa l’80%. Anche i cardiochirurghi che provengono da fuori provincia (ad esempio io sono bresciano) hanno un domicilio a Mantova che è una città meravigliosa. Quando ospitiamo professionisti stranieri siamo orgogliosi di far loro visitare questo gioiello di arte e storia. Ogni volta essi mostrano entusiasmo e restano allibiti per la bellezza di talune zone del capoluogo virgiliano. Anch’io scopro di continuo angoli magici; specialmente il centro storico sembra un presepe vivente per tutto l’anno».
 Torniamo alla medicina. Il suo reparto è specializzato nella patologia della stenosi valvolare aortica?
«In realtà siamo preparati e qualificati in ogni branca della cardiochirurgia dell’adulto, dalla valvola aortica a quella mitralica, dall’aneurisma dell'aorta fino a tutte le malattie coronariche. Certamente, a livello nazionale ed estero, siamo maggiormente conosciuti per la stenosi valvolare aortica. Sono venuti oltre 40 primari da tutto il mondo, compresi Stati Uniti, Australia, Inghilterra, Olanda e Francia, per assistere al nostro trattamento di questa patologia che nel mondo cresce progressivamente. In alcuni pazienti diventa critica col tempo, magari trascorrono decenni, per altri la situazione peggiora nell’arco di pochi anni; comunque, quasi sempre, si basa su problemi legati all’invecchiamento, all’arteriosclerosi e alla malattia reumatica».
 È una patologia abbastanza comune?
«Più di quanto si pensi. Circa il 30% dei pazienti adulti che noi operiamo è affetto da stenosi aortica».
 Quali sono i primi segnali?
«Fondamentalmente i segnali della stenosi aortica sono tre: il primo è la dispnea, ovvero la presenza di un disagio respiratorio, si fatica a respirare; si riscontra mancanza di fiato sia sotto sforzo che persino a riposo. Il paziente afferma di non riuscire più a compiere azioni che faceva solo un anno prima, ad esempio trova difficoltà a salire una rampa di scale. Un altro sintomo è l'angina, un dolore al petto che si verifica quando il cuore non riceve sufficienti quantità di sangue ossigenato; è molto simile alla patologia coronarica, quindi facilmente confondibile, però in realtà è legata alla stenosi aortica. Il terzo segnale sono i cosiddetti episodi sincopali, cioè svenimenti o aritmie».
 Lei è stato tra i primi, a livello internazionale, a introdurre nella pratica clinica di routine l’utilizzo di protesi “sutureless” che non necessitano di suture. Quali sono i vantaggi per il paziente?
«Questo tipo di protesi richiede metà tempo d’intervento rispetto a quelle tradizionali. Di conseguenza viene dimezzato anche il periodo di arresto cardiaco, quando il cuore deve rimanere fermo per l’impianto della protesi stessa. Se l’operazione classica dura, dall’inizio alla fine compresa l’anestesia, circa due ore e mezzo, quella con protesi “sutureless” si conclude in un’ora e un quarto. Ciò è fondamentale soprattutto per i pazienti critici dove risulta importantissimo poter ridurre i tempi dell’intervento. Inoltre, considerando l’assenza di punti di sutura, viene favorita anche la cosiddetta chirurgia meno invasiva: tagli più piccoli sia a livello di cute che di sterno e minore durata per il completo recupero».
 Grazie ai notevoli risultati ottenuti, la Cardiochirurgia del Poma ha fatto scuola. La modalità di gestione di questa nuova tecnologia è oggi esportata in tutto il mondo. Quanti impianti sono stati eseguiti a Mantova?
«In totale circa duecento, un numero molto elevato, specialmente se si considera che questa protesi “sutureless” costa quasi il triplo rispetto a quelle tradizionali. La Direzione mi ha però supportato nell’investimento in questa innovativa tecnologia che ha reso la Cardiochirurgia del Poma un’eccellenza. Come valida dimostrazione possiamo citare il fatto che, a livello internazionale, allorquando si descrivono le linee guida e si definiscono le indicazioni per l’impianto di questa protesi, a rappresentare l’Italia c’è anche Mantova che viene regolarmente citata anche nelle più recenti pubblicazioni multicentriche».
 Se si interviene in tempo con la sostituzione valvolare aortica è possibile far tornare il paziente a condurre una vita piena e soddisfacente?
«Assolutamente sì. A mio avviso, l’aspetto più eclatante della cardiochirurgia (è il motivo per cui ho scelto questa specializzazione) riguarda i pazienti che, una volta operati, tornano in breve tempo a una vita completamente normale, senza alcuna limitazione rispetto a chi ha la stessa età e non ha mai avuto problemi di cuore. Si tratta di una patologia risolvibile al 100%».
 Si può persino continuare a praticare sport con adeguate performance atletiche?
«Compatibilmente con l’età, dopo l’intervento si possono praticare discipline sportive anche impegnative. Circa un anno fa, successivamente all’operazione di stenosi aortica, un paziente di 35 anni ha continuato a partecipare a gare podistiche in salita; è stato portato come esempio su come si possa recuperare perfettamente la forma atletica persino dopo un intervento cardiochirurgico».
 Vorrei concludere questo colloquio con una sua considerazione sul Carlo Poma.
«Sono davvero soddisfatto per aver deciso di trasferirmi all’ospedale di Mantova dove ho accettato la sfida di portare il centro di Cardiochirurgia al livello di qualità che questa città merita. A distanza di sei anni, si osserva che il 70% dei pazienti che operiamo viene da fuori provincia, anche da località lontane. Ciò accade quando un reparto diventa un richiamo a livello nazionale e il capoluogo virgiliano, oltre ad essere un punto di riferimento culturale, ha ottenuto un’ulteriore prerogativa».  (m.m.)

 

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