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Politica agricola comune: meno fondi, più progetti
pubblicato il 15 agosto 2018 alle ore 10:51
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Politica agricola comune: meno fondi, più progetti

Mantova Quando parliamo di Europa uno dei temi alla base dell’Unione europea è l’agricoltura, alle prese con la riforma della Politica agricola comune per gli anni 2021-2027. Un tema cruciale per l’economia mantovana, dove l’agricoltura rappresenta una voce essenziale della produzione lorda vendibile.
Quella che avremo a partire dal 2021 sarà la prima Pac dopo la Brexit e con un budget che, se dovesse essere approvata la proposta legislativa avanzata lo scorso 1° giugno dal commissario europeo Phil Hogan, scenderà dal 38% del bilancio Ue nel 2014-2020 al 28,5% nel settennato successivo.
Scavando più approfonditamente, la voce che risulta essere sulla carta maggiormente penalizzata è lo sviluppo rurale, con percentuali di riduzioni che oscillano tra il -15% e il -26%, a seconda che il confronto sia rispettivamente a prezzi correnti o a prezzi 2018.
Sulle prime potrebbe essere una sciagura per le imprese agricole. Ma ne siamo effettivamente sicuri? Premesso che poter contare su un budget più ampio offre teoricamente garanzie maggiori, non è detto che il futuro della Pac, anche se con risorse inferiori, non possa spalancare la strada a un nuovo modello di gestione dell’agricoltura, sulla base dei mutamenti sociologici ed economici che si sono succeduti in questi anni. Riassumendo per sommi capi: crescita delle imprese agromeccaniche, difficoltà di ricambio generazionale nelle imprese agricole, maggiore specializzazione e orientamento verso la qualità dei prodotti agricoli, diminuzione del numero delle imprese agricole, globalizzazione dei ricavi e nazionalizzazione dei costi.
Già con la Conferenza di Cork 2.0, nel 2016, l’Ue ha indicato una nuova via alla politica rurale, trasformandola in una strategia prioritaria e trasversale rispetto alle singole politiche di comparto. Ci attende una Pac meno rigida, anche per effetto del processo di rinazionalizzazione, al quale la proposta della Commissione tende. 
Il mondo agromeccanico ha da tempo esplicitamente dichiarato la propria disponibilità a destinare ulteriori risorse all’innovazione in agricoltura, se solo potesse avere accesso agli attuali filoni di cofinanziamento comunitario. Richiesta tutt’altro che peregrina, per alcuni motivi sui quali desidero soffermarmi.
Innanzitutto, i numeri stessi del fenomeno contoterzismo: le imprese agromeccaniche intervengono sull’83% della superficie agraria in grado di generare valore per il mercato, favorendo competitività, innovazione, sostenibilità e contenendo i costi, grazie all’economia di scala esercitata.
In secondo luogo, la specializzazione degli agromeccanici in operazioni ad alto valore aggiunto, quali la semina diretta, l’agricoltura di precisione e il supporto alla produzione di bioenergia.
Inoltre, il contributo del contoterzismo agricolo alla sostenibilità, grazie al ricorso di operazioni “eco-friendly”. Come? Riducendo le operazioni in campo (minima lavorazione), controllando la distribuzione dei prodotti fitosanitari e dei fertilizzanti, ma anche monitorando l’uso delle risorse idriche.
Vi è anche un altro aspetto che i cittadini europei, prima ancora del legislatore, richiedono alla filiera agricola: la sicurezza alimentare, la certificazione dei prodotti, il fatto che gli alimenti siano sani. Ecco che le strumentazioni degli agromeccanici possono garantire gli standard di produzione e la reale salubrità dei raccolti (pensiamo al biologico o alla presenza di aflatossine o residui chimici). Tuteleremmo in questo modo il Made in Italy dalla concorrenza globalizzata. Possibile che nessuno ci abbia pensato prima?
In un’ottica di ottimizzare l’uso dei fondi a disposizione, che per l’Italia sono sistematicamente in esubero – e per questo non ci preoccupano affatto i tagli comunitari – l’accesso a tali risorse alle imprese agromeccaniche sarebbe un passaggio più che logico, dal momento che proprio gli agromeccanici assommano le caratteristiche necessarie per agevolare la crescita di un’agricoltura moderna: la presenza di capitali per investire, dotazioni tecnologiche all’avanguardia e propensione all’innovazione continua.
La scelta si riduce a questo quesito essenziale, fondamentalmente: vogliamo rassicurare i cittadini e i consumatori italiani ed europei su quello che mangiano (e spingiamo su etichettatura e indicazione d’origine) e assicuriamo a tutti i soggetti della filiera agroalimentare pari opportunità e pari diritti oppure applichiamo nel XXI secolo inoltrato gli schemi di una Politica agricola di stampo Novecentesco? Confai Mantova accetta la sfida e candida le proprie imprese associate come player innovativi verso l’agricoltura del futuro.

Marco Speziali (presidente Confai Mantova)

 

Redazione cronaca
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