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Avversari e nemici
Sottili differenze che fanno del rugby scuola di vita
pubblicato il 6 luglio 2018 alle ore 09:43
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Sottili differenze che fanno del rugby scuola di vita

Mantova Da giorni rifletto su un’immagine che mi ha profondamente colpito. Una foto di rugby che provo a descrivere: è appena finito il match e due giocatori posano a favore di telecamere per una foto decisamente interessante. Adriaan Strauss tallonatore dei Bulls di pretoria, franchigia sudafricana, è una maschera di sangue, alza il pollice sinistro con segno di approvazione e  stringe fraternamente la mano di Samu Kerevi, centro dei Reds, franchigia del Queensland australiana, quest’ultimo altrettanto malconcio e per di più incerottato quasi completamente. In sostanza questi due ragazzotti se le sono appena date di santa ragione. Si sono fatti reciprocamente molto male e credo non abbiano lesinato colpi durissimi. Ma la partita è finita. Adesso ci sono due uomini, due grandi sportivi certo, che conoscono il significato delle contese anche più aspre, ma sanno distinguere la vita reale dalla competizione. Sembrano grandi amici e sfoderano un sorriso smagliante che tradisce qua e la una dentatura provata da anni di colpi duri. Una lezione di vita che ci giunge dall’emisfero australe e che ci insegna tante cose. Qua da noi le cose vanno diversamente. Solo qualche giorno fa mi è capitato di incontrare una signora che pensava evidentemente di essere stata in un recente passato una mia avversaria politica. Forse lo pensava solo lei e in ogni casi diciamo, che pur conoscendo perfettamente il proprio posizionamento ideologico, non l’avevo mai nemmeno mai inserita nell’elenco dei miei nemici. Io almeno, lei evidentemente no. Facendo infatti il gesto più naturale del mondo quando si incontra una persona che si conosce, ossia semplicemente salutandola, sono dapprima incappato nel suo sguardo incredulo e poi  successivamente ha trovato il coraggio di dirmi: ma come tu mi saluti? Sai che non la penso come te! La mia risposta è stata secca: e per quale motivo non dovrei? Alla quale ha fatto seguito una spiegazione sconcertante: Perche politicamente siamo sempre stati nemici e non pensavo che mi avresti mai rivolto la parola! In quel momento mi è apparsa nitida l’immagine di quei due ragazzotti malconci che si abbracciano da amici dopo essersi reciprocamente suonati di brutto e nonostante portino sui volti i segni di una durissima battaglia. E qui sta la sostanza del problema. In questo paese ormai non esiste distinzione tra il concetto di avversario e quello di nemico. Manca alla base la cultura sportiva tutta anglossassone che regola i rapporti in quel contesto e il contagio ormai si è propagato a tutti i tipi di rapporto sociale. C’è troppo odio in giro basato sul nulla. Ormai un competitore da semplice avversario si trasforma automaticamente in un nemico, al quale togliere  anche i più elementari dei gesti socializzanti: il saluto, oltre alla parola. Un atteggiamento estremo sempre più diffuso che cozza con la ragione. Un costume molto italico figlio di un approccio sociale profondamente ingiusto che trae origine da un deficit culturale educativo profondo. Non serve evocare un ritorno all’educazione civica indotta da costosi e spesso inutili corsi scolastici, piuttosto che alla leva obbligatoria come strumento formativo maschile. Serve che fin da piccoli ci si abitui ad avere un approccio diverso nei confronti della società in cui viviamo e dei soggetti che la compongono. Molti dei valori che hanno ispirato la mia vita io purtroppo non li ho imparati a scuola ma sui campi da rugby. Per questo lancio una provocazione sul tema: inseriamo il rugby fra le discipline scolastiche obbligatorie. Non tanto e non solo, per gli aspetti sportivi e agonistici che comporterebbe, ma soprattutto per i valori che lo stesso esprime: rispetto dell’avversario, delle regole,  spirito di squadra, distinzione netta fra competizione e vita reale. Non è un caso che solo nel rugby esista il cosiddetto terzo tempo. Un momento in cui, cessate le ostilità in campo, i giocatori di entrambe le squadre si trovano tutti insieme a mangiare e bere birra e magari a raccontarsi, ridendoci su, di quante botte si siano rifilati solo qualche minuto prima. Servirebbe sempre un terzo tempo nella vita. Ci sarebbero meno nemici. Per un attimo sono stato tentato dall’invitare la signora a bere una birra. Poi però mi sono trattenuto. Sono certo non ne avrebbe compreso il motivo.

 

Gianni Fava

Gianni Fava
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