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C’è chi si toglie la vita e chi la vuole di nuovo
pubblicato il 14 aprile 2018 alle ore 14:52
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C’è chi si toglie la vita e chi la vuole di nuovo

Nelle ultime settimane l’impressionante numero di suicidi registrato nella nostra provincia fa riflettere e ci porta ad affrontare l’argomento come tema d’analisi e di considerazioni, collegando concetti metafisici a tragiche vicende terrene. Iniziamo dai dati. In proporzione all’estensione del territorio, dall’inizio del 2018 il numero di coloro che si sono tolti la vita nel mantovano risulta ben superiore alla media nazionale. In Italia si riscontrano circa 4200 suicidi l’anno (più di un milione nel mondo). Considerando che per ciascuno di tali atti estremi, secondo le statistiche, ci sono almeno 6 persone (familiari e amici) che vengono pesantemente colpite per il resto della vita, è facile rendersi conto che ci si trova di fronte a un grave problema sociale, spesso tenuto nascosto e comunque misconosciuto. Invece, a mio avviso, è giusto e doveroso parlarne poiché, visto che esistono “gruppi di ascolto” sulle più disparate vicende umane, come si può non trattare un tema di codesta eccezionale portata. Iniziamo con una domanda: esistono “segnali d’allarme” per riconoscere i soggetti a rischio? La risposta di studiosi ed esperti appare quasi incredibile: nella maggior parte dei casi, coloro che intendono togliersi la vita lo dicono apertamente, partendo da vaghe allusioni e arrivando persino a chiare affermazioni. Il fatto drammatico è che non vengono ascoltati, perché si pensa stiano “scherzando” oppure intendano semplicemente attirare l’attenzione verso sé e i propri problemi. Come distinguere la realtà dalla finzione? Esiste una “cartina tornasole” significativa e quasi sempre valida: chi ha davvero intenzioni suicide di solito comincia a regalare oggetti che gli sono particolarmente cari, come se si trattasse di una specie di testamento già operativo pre-morte, in modo da affidarli a qualcuno di cui ha fiducia e che poi se ne occuperà al suo posto. C’è inoltre un diffuso luogo comune da sfatare: è falso affermare che chi si toglie la vita abbia obbligatoriamente disturbi psichiatrici. In verità chiunque soffre, per qualsivoglia motivo, fino a giungere alla drammatica modalità che supera la soglia di sopportazione, è di fatto un soggetto a rischio. Ma quali sono le motivazioni che possono spingere un essere umano al suicidio? Cosa può rendere così disperati da preferire la morte alla vita? In sintesi, le ragioni più frequenti sono: un forte stato depressivo; alcuni casi di psicosi; a volte un’impulsività legata all’eccesso di droghe e alcol; oppure perché si è chiesto aiuto a tutti ma si sono ricevuti solo dinieghi. Si può anche commettere semplicemente un errore, tipo un gioco estremo sfuggito di mano. Per molti invece la scelta di farla finita si fonda soltanto su una decisione ragionata, che può essere motivata dalla presenza di una dolorosa malattia terminale oppure da una situazione di tragica caduta in disgrazia che ha frantumato tutto il lavoro costruito durante la vita, compresa la scomparsa di certezze e affetti dei quali ci si era circondati. In quest’ultimo caso, sempre più diffuso, il proposito del suicida è molto chiaro: trovare una soluzione definitiva a una condizione che appare inevitabilmente senza via d’uscita, un vicolo cieco in cui le alte mura attorno non solo rappresentano ostacoli invalicabili, ma si avvicinano e si chiudono stringendo il malcapitato fino a soffocarlo. Lo scopo a quel punto è uno solo: far cessare la coscienza, perché la sofferenza fisica o la frustrazione mentale sono diventate intollerabili e insopportabili. La drammatica emozione che emerge tra tutte è quella della disperazione-impotenza e l’unica azione possibile diventa la fuga verso l’infinito. Tra l’altro, parlando da credente, non ritengo che un cristiano che si tolga la vita perda la salvezza e “vada all’inferno”. La Bibbia insegna che, dal momento in cui si crede davvero in Cristo, si è eternamente al sicuro (Giovanni 3:16). Inoltre: «Sono infatti persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né cose presenti, né future, né potenze, né altezza, né profondità, né alcun’altra creatura potranno mai separarci dall’amore di Dio» (Romani 8:38-39).

Ma la vita ci può essere restituita secondo un ciclo prestabilito? Nel mondo ci sono miliardi di persone che lo credono fermamente. Stiamo parlando della reincarnazione, secondo cui, dopo la morte, l'anima torna a vivere in un altro corpo, dimenticando tutto (o quasi) il passato. Nonostante venga considerata dalla Chiesa solo una credenza, anzi un vero e proprio tabù, vediamo di ricostruire attraverso la realtà storica da dove proviene tale negazione. Innanzitutto, è doveroso premettere un fattore fondamentale: la reincarnazione era assolutamente accettata dal Cristianesimo originale, altro che anatema oppure eresia... La verità è che, in un preciso momento storico, questo chiaro concetto, presente e trasmesso nelle Sacre Scritture nonché professato da molti padri della Chiesa, fu eliminato solo per ragioni politiche. Ma se la reincarnazione era un'idea accettata dai primi cristiani in base a specifici insegnamenti biblici, perché è poi scomparsa dalla religione cattolica così come la conosciamo oggi? È difficile da credere, ma chi proscrisse il concetto di reincarnazione dal Cristianesimo non fu un Papa, bensì un imperatore romano, e lo fece per propositi molto “mondani”.

Purtroppo, lo spazio a disposizione per la stesura dell’editoriale è finito. Se vi saranno lettori interessati ad approfondire tale argomento, lo completerò nel prossimo articolo di fondo. Buon weekend.    

Marco Mantovani

editoriale@vocedimantova.it

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